Marco Bellocchio, il maestro e l'elogio dell'imperfezione raccontati da Fabio Lovino
Il fotografo dedica un film di grande emozione al regista. In sala dal 27 agosto
(di Elisabetta Stefanelli) Fabio Lovino era un giovane studente, e non pensava neanche lontanamente di fare il fotografo, quando l'amico Antonio Manzini lo trascinò ad un incontro con Marco Bellocchio: ''era venuto a fare una lettura all'Università e a raccontare il suo cinema e rimasi molto colpito da quest'uomo che aveva una grande apertura sulla sua vita, si raccontò senza mezzi termini, come poi ha fatto con me''. Nasce da lontano 'Marco Bellocchio: La porta della Realtà', il film prodotto da Loft Produzioni e Reggatta Production, che è stato presentato fuori concorso al Locarno Film Festival e arriverà nelle sale italiane il 27 agosto distribuito da Lucky Red. Non solo perché, come racconta Lovino, "Dopo vent'anni di lavoro con lui, ho sentito la necessità di raccontare ciò che ho vissuto al suo fianco e restituire emozioni e insegnamenti ricevuti" ma soprattutto perché porta con se' la storia umana e professionale di molti artisti, a partire dal protagonista e da chi lo racconta e lo fa con grande emozione. ''Da fotografo la prima cosa che ho portato in questo film è stata senza dubbio l'empatia - racconta ancora Lovino all'ANSA - la tecnica la puoi affinare ma l'empatia o ce l'hai o non ce l'hai, ed è la capacità di dare ascolto e di osservare la persona, tutti si fidano e si affidano, vanno a ruota libera parlando di un grande artista''. E allora non è solo lo stesso Bellocchio a parlare, dicendo molto di se stesso, del suo modo di essere che coincide con il suo fare cinema, senza nascondersi. A parlare in prima persona anche artisti, amici e familiari: dalla moglie e montatrice Francesca Calvelli ai figli Elena e Pier Giorgio, fino a colleghi e compagni di viaggio come Roberto Herlitzka, Pierfrancesco Favino, Fabrizio Gifuni, Marco Tullio Giordana, Daniele Ciprì, Francesco di Giacomo e Giuseppe Lanci, ognuno con il suo punto di vista e la sua emozione. ''Chi ti dice, come ha fatto Marco Bellocchio, 'non puoi far finta di sapere quando non sai' in un momento in cui tutti ci chiedono di essere perfetti è un manifesto di apertura verso il mondo. Tanto tempo fa ho letto un libro in cui Rita Levi Montalcini faceva un elogio dell'imperfezione, lei parlava della scienza, ma l'imperfezione della nostra vita è una cosa benedetta. Come per i nostri figli: io soffro per i ragazzi che subiscono una visione delle cose che non è reale, è falsa. In questa avventura ho voluto al mio fianco i miei figli Fiore e Tommaso e mi auguro che i ragazzi vedendolo si possano innamorare dei film di Bellocchio e di un racconto così complicato che può sembrare severo perché è autorevole''. Il film di Lovino segue Bellocchio passo passo nel suo lavoro sul set, di cui lo stesso regista e i suoi collaboratori non nascondono le imperfezioni e le difficoltà, persino i tradimenti vengono alla luce, i suoi segreti familiari più intimi in un affresco di grande spessore e sensibilità che restituisce la ricchezza del maestro. ''I suoi film, il suo racconto, è pieno di gioia, di etica, di politica e di sociale. A partire dalla sua ossessione su Moro e Brigate rosse, che era la stessa ossessione di Elio Petri, tanto che avevano gli stessi attori feticcio, ovvero Volontè e Mastroianni, senza dare giudizio lo danno più gli attori che i registi''. Un cinema, sottolinea Lovino, che oggi in Italia non fa più nessuno, ''forse con l'eccezione di Daniele Vicari, e forse perché si pensa che certi temi possano essere affrontati solo dopo una certa età, ma non è vero''. E la generosità di Bellocchio Lovino dice di averla sentita subito, da quando ha approvato il progetto, sei anni fa, a scatola chiusa. ''Poi tornando in macchina con mio figlio da un concerto dei Planet funk compare sul display il nome di Marco Bellocchio che mi chiama: io mi fermo alla stazione di servizio e lui con la sua premura mi dice: 'ti volevo ringraziare, hai fatto un'opera gigante su di me, non la teniamo nel cassetto''. E nel film c'è anche tanta gioia ''c'è tantissimo amore, come quando Pier Giorgio dice 'devo ringraziare mio padre per aver messo al mondo mia sorella', lei Elena 'è tutta con la sua commozione. I figli hanno patito, hanno molto visto il padre soffrire senza capire il motivo. Lui ha avuto una storia familiare molto complicata del resto, e qui viene alla luce in modo molto chiaro. Da una certa età dovresti raccontare anche i dolori, lui lo ha fatto, ed è un ottimo insegnamento che ho appreso''.
P.Sanabria--HdM
